La ceramica di Picasso

Il colpo di fulmine dell'artista e la sfida della ceramica


Negli ultimi anni è cresciuta in maniera esponenziale l’attenzione verso la ceramica, dando vita a numerose sperimentazioni, laboratori e progetti editoriali ad essa dedicati. Anche nelle ultime edizioni di Factory Market abbiamo avuto modo di toccare con mano molti oggetti meravigliosi e colmi delle storie di chi li ha creati al tornio. Ma questo materiale è stato ampiamente esplorato da diversi artisti di spicco, come esercizio di sperimentazione artistica.

È il 1946 e il mondo, ancora sconvolto dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, sta tornando alla normalità. A Vallauris, nel sud della Francia, il tornio continua a girare e dalle ciminiere dei forni si alzano le volute di fumo che accompagnano il lento cuocere di brocche, anfore, piatti.

Un’esposizione in paese celebra la produzione ceramica locale e Picasso, di passaggio a Golfe-Juan, partecipa all’evento. Curioso e incline alle novità, l’artista entra nella ceramica “come un toro nell’arena”, come dirà Suzanne Ramié, proprietaria del Taller de Madoura, la fabbrica dove Picasso realizza dal 1948 alla sua morte quasi 4000 pezzi dalle più svariate forme e colori.

Picasso si getta a capofitto nello studio di questo nuovo materiale, affascinato da quel modellare la creta in cui l’uomo della preistoria ricercava la sintesi tra “bello” e “utile” a cui naturalmente aspira anche quando dà forma agli oggetti più semplici.

 

 

A sua disposizione ha le abili mani del tornitore della fabbrica; Picasso ne rimodella o dipinge i vasi di forme quotidiane, ispirandosi alle antiche civiltà del Mediterraneo, ai colori della Costa Azzurra, al fulgore delle arance nella Valle d’Oro e all’ardore della sua terra vulcanica.

Preferisce ingobbiare le sue opere per rendere la ceramica il più pittorico possibile, tecnica che  gli permetterà di padroneggiare la decorazione dei suoi pezzi, sperimentando innumerevoli varianti di pittura e cottura.

Come gli uomini primitivi, incide nei piatti figure umane, nobili animali, satiri scanzonati, immagini di un mondo passato, progenie di antichi re dalle maschere d’oro.

La donna, soggetto sempre presente anche nelle tele dell’artista, diventa grès, porcellana, argilla, terracotta; torna alla terra nelle anfore dalle braccia ricurve e nei vasi dalle rigogliose volute.

I pezzi di Picasso sono belli istintivamente, forse perché più che una sua creazione, sembrano i compagni di gioco dell’artista che si diverte, in un continuo sperimentare, a trovar esseri fantastici, volti e animali in oggetti in apparenza privi di valenza figurativa, servendosi della fantasia e dei mezzi più semplici e modesti del vasaio artigiano.

Dopo 75 giorni di chiusura al pubblico il 18 maggio, in occasione della Giornata Internazionale dei Musei, il Mic di Faenza ha riaperto le porte: un’occasione unica per vedere, oltre alla meravigliosa collezione del museo, la mostra di “Picasso. La sfida della ceramica”, visitabile fino al 2 giugno.

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Articolo di Giorgia Pinotti

Per necessità o per fini artistici, l’uomo ha sempre avuto un istinto innato alla sperimentazione ed è così che ancora oggi migliaia di ceramisti lavorano ricercando materiali e tecniche sempre nuove, con la missione di creare oggetti che portino bellezza e qualità nel mondo.

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